PRODOTTO DIFETTOSO: il danno è risarcibile anche quando la rimozione del vizio è troppo onerosa

Con recentissima sentenza n. 1082 del 21.01.2020, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato da un Consumatore, che si era visto negare, in grado di appello, la tutela risarcitoria richiesta a seguito della accertata non conformità del bene acquistato, ribadendo il principio secondo il quale la tutela prevista dal Codice del Consumo non esclude, ma completa e affianca quella prevista dal nostro ordinamento giuridico.

Il Codice del Consumo, infatti, non contempla all’art. 130, tra i rimedi esperibili avverso i vizi di conformità del bene, il risarcimento del danno conseguente all’eccessiva onerosità dell’eliminazione del vizio o all’impossibilità di sostituirlo. Tale facoltà è tuttavia prevista dal Codice Civile all’art. 1494 c.c., che affianca la tutela fornita dal Codice del Consumo, in forza del rinvio operato dall’Art. 135.

Il Caso.

Il Consumatore acquistava del materiale per il rivestimento del tetto e una volta montato si avvedeva tuttavia che lo stesso non era idoneo all’utilizzo, in quanto presentava vizi di conformità gravi.

Verificata la sussistenza del vizio denunciato mediante la procedura dell’accertamento tecnico preventivo, il Consumatore promuoveva la causa per la condanna del venditore alla eliminazione dei vizi (mediante sostituzione del materiale) e in subordine al risarcimento del danno per le spese sostenute al fine di riparare il tetto.

Il Tribunale respingeva la domanda relativa alla rimozione dei vizi del bene, in quanto riteneva il rimedio eccessivamente oneroso per il venditore, e accoglieva in parte la domanda di risarcimento del danno.

Il venditore proponeva appello, e in totale accoglimento, la Corte d’Appello di Torino riformava la sentenza di primo grado, respingendo tutte le domande del Consumatore, negando anche il risarcimento del danno.

A seguito della proposizione del ricorso per Cassazione, la Suprema Corte con la sentenza in esame, accoglie le doglianze del Consumatore e cassa la sentenza impugnata, ribadendo il principio della applicazione coordinata delle norme previste, a tutela del Consumatore, sia dal Codice del Consumo che dal nostro ordinamento, in particolare dall’art. 1494 c.c. del codice civile.

La tutela prevista dal Codice del Consumo

Le norme cui si riferiscono le sentenze in esame disciplinano i rimedi esperibili dal Consumatore che riscontri e denunci un vizio di difformità del bene acquistato da un Professionista – Imprenditore.

In particolare, ci si riferisce all’art. 130 del Codice del Consumo, commi 2 e 3: “2. In caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, a norma dei commi 3, 4, 5 e 6, ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto, conformemente ai commi 7, 8 e 9.
3. Il consumatore puo’ chiedere, a sua scelta, al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che il rimedio richiesto sia oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso rispetto all’altro.”

Nonché all’art. 135, che costituisce norma di chiusura del Capo esaminato “1. Le disposizioni del presente capo non escludono ne’ limitano i diritti che sono attribuiti al consumatore da altre norme dell’ordinamento giuridico. 2. Per quanto non previsto dal presente titolo, si applicano le disposizioni del codice civile in tema di contratto di vendita.”

Il principio applicato dalla Cassazione: coordinamento di norme e tutela rafforzata

La sentenza del Tribunale e della Corte d’Appello impugnata, applica quanto previsto dall’Art. 130 del Codice del Consumo, in materia di rimedi esperibili dal Consumatore relativamente ai vizi di conformità del bene, escludendoli in quanto troppo onerosi nel caso in esame.

Tale norma prevede infatti che il Consumatore possa richiedere, sussistendo un vizio di conformità del bene acquistato, alternativamente la riparazione o sostituzione, ovvero una riduzione adeguata del prezzo o la risoluzione del contratto. Tali rimedi sono concessi, tuttavia solo ove non si rivelino troppo onerosi per il venditore.

La Suprema Corte ribadisce, tuttavia, come “Tra i diritti che competono al consumatore, “nel caso di difetto di conformità”, l’art. 130 cod. consumo, comma 2 non annovera il diritto al risarcimento del danno cagionato dall’inadempimento. Ciò non significa peraltro che il consumatore che abbia ricevuto un bene non conforme al contratto non possa esercitare, nei confronti del professionista, delle pretese risarcitorie: il diritto al risarcimento del danno rientra senz’altro fra i “diritti” attribuiti al consumatore da “altre norme dell’ordinamento giuridico” italiano (art. 135 cod. consumo).”.

La tutela introdotta con il Codice del Consumo, infatti, è finalizzata a fornire una protezione rafforzata al Consumatore, quale parte debole nel rapporto con il professionista, e non ad escludere o limitarne i diritti esercitabili già in forza dell’ordinamento giuridico di appartenenza.

Si può quindi affermare che la domanda di risarcimento del danno può essere introdotta in via del tutto autonoma, oltre che unitamente agli altri rimedi previsti dalle norme citate, in quanto “ La circostanza che un determinato prodotto si riveli inidoneo ad essere adoperato secondo le modalità indicate dal venditore e possa esserlo solo con modalità più dispendiose (per tempi di lavorazione e quantità da impiegare) ben può esser valutata dal giudice di merito ai fini del risarcimento del danno, oltrechè sotto l’aspetto della riduzione del prezzo poichè quest’ultima ristabilisce l’equilibrio patrimoniale solo con riguardo al valore della cosa venduta ma non elimina il danno determinato dal venditore, consistente nel costo delle maggiori quantità di prodotto utilizzato e di manodopera impiegata” (Cass. n. 1153/1995, cfr. altresì in materia di appalto, Cass. n. 4161/2015).”.

Pertanto, con la pronuncia in esame, la Cassazione ha ribadito il principio secondo il quale le norme introdotte dall’Ordinamento Comunitario, pur prevalendo sull’ordinamento interno, non limitano o restringono le tutele già previste in favore del Consumatore, in quanto finalizzate, al contrario, al rafforzamento delle stesse.

Occorre aggiungere tuttavia che, perché siano esperibili i rimedi offerti dal combinato disposto delle disposizioni esaminate, bisogna fare molta attenzione a tempi e modalità di denuncia dei vizi riscontrati, perché spesso un’omessa denuncia tempestiva o con modalità non idonee al raggiungimento dello scopo, può impedire l’applicabilità dei rimedi previsti, lasciando il Consumatore comunque sprovvisto di tutela. Ecco perché, se non si è sicuri, è consigliabile sempre l’assistenza di un Professionista, al fine di non perdere la possibilità di esercitare i propri diritti.

11.02.2020                                                                                       Avv. Veronica Granata

 

Norme di riferimento: Artt. 130 – 135 Codice del Consumo, Art. 1494 Codice Civile.

Giurisprudenza: Sentenza della Corte di Cassazione n. 1082 del 21.01.2020, disponibile al seguente link:

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/it/c_dettaglio_sentenze.page;jsessionid=111E7243C67BC4DDC5AEE7AB815F56C6.jvm1?inevidenza=true&contentId=SZC23521


Divieto di accollo tributario mediante compensazione 

Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2020

Una delle principali novità contenute nel Decreto Fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020 (art. 1 D. L. 124/2019) riguarda la formalizzazione del divieto di pagare l’accollo tributario dei debiti fiscali altrui mediante compensazione dei crediti fiscali vantati dall’accollante.

La pregressa incertezza in materia, generata dalle diverse risoluzioni adottate dall’Agenzia delle Entrate,  è stata quindi normativamente risolta con un decisivo arresto alla prassi che, finora, ha consentito a svariate imprese un significativo risparmio di imposta e una possibile fonte di liquidità immediata in periodi di difficoltà economica.

Cosa si intende per accollo tributario mediante compensazione.

L’art. 8 della L. 212/2000 (Statuto dei contribuenti) intitolato proprio “Tutela dell’integrità patrimoniale” prevedeva infatti che “  1. L’obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione.    2. È ammesso l’accollo del debito d’imposta altrui senza liberazione del contribuente originario…”.

Grazie a questa norma, le imprese che avevano ottenuto agevolazioni e/o crediti di imposta di ingente entità, ma difficilmente recuperabili dall’Erario, potevano stipulare con altre società un contratto di accollo tributario con il quale si prevedeva che:

-         L’accollante (società avente crediti di imposta) si impegnava a pagare i debiti fiscali dell’accollata (società debitrice nei confronti dell’Erario) di un determinato periodo di imposta;

-         Il suddetto pagamento veniva effettuato mediante compensazione dei crediti di imposta vantati dall’accollante nei confronti dell’Erario;

-         L’accollato corrispondeva all’accollante solamente una percentuale del debito fiscale accollato, avendo pertanto un risparmio di imposta e pagando altresì un compenso all’accollante.

Tali accordi erano in genere accompagnati da una serie di garanzie volte a tutelare le parti, quali verifiche in ordine alla regolarità fiscale e sui bilanci delle imprese coinvolte, la certificazione dei crediti fiscali, la sospensione del pagamento sino alla verifica sui cassetti fiscali del buon esito dell’operazione.

Ciò permetteva di utilizzare i crediti di imposta vantati e di ottenere un risparmio fiscale che avrebbe consentito all’impresa accollata di reinvestire nell’attività svolta.

Non si esclude tuttavia che tali pratiche potevano dar luogo ad abusi e comportamenti fraudolenti, da qui il divieto introdotto nella Legge di Bilancio 2020.

Ma una disciplina più puntuale, in luogo del divieto, avrebbe invece consentito alle imprese di crescere e investire nel proprio futuro? E come giustificare l’inutilizzabilità di crediti di imposta ottenuti regolarmente dalle imprese?

Il divieto di compensazione

Il divieto espressamente previsto ora dall’Art. 1 del D. l. 124/2019 collegato alla Legge di Bilancio 2020 era stato d’altronde preannunciato dall’orientamento espresso già con la Risoluzione Ministeriale n.140/E/2017, che aveva affermato l’impossibilità di applicare l’istituto dell’accollo e della compensazione ai debiti / crediti fiscali, per l’incompatibilità di tali istituti alle fattispecie tributarie. La stessa risoluzione prendeva atto tuttavia dell’inesistenza di una norma che vietasse espressamente tale pratica e ne sanzionasse l’utilizzo.

L’art. 1 del Decreto citato, formalizza tale divieto e le relative sanzioni, prevedendo espressamente che “1. Chiunque, ai sensi dell'articolo 8, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, si accolli il debito d'imposta altrui, procede al relativo pagamento secondo le modalità previste dalle diverse disposizioni normative vigenti.   2. Per il pagamento, in ogni caso, è escluso l'utilizzo in compensazione di crediti dell'accollante.”, risolvendo definitivamente ogni dubbio in materia con una disposizione estremamente chiara e concisa.

Le sanzioni.

Lo stesso articolo prevede le sanzioni applicabili alla violazione del divieto di accollo tributario mediante compensazione, in particolare:

1.     il pagamento si considera come non avvenuto e le parti sono coobbligate in solido, anche per gli interessi dovuti;

2.     Sanzioni pecuniarie a carico di entrambe le parti di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, da accertarsi entro otto anni dal pagamento, e più precisamente:

a)   All’accollante:      - Art. 13 comma 4: “Nel caso di utilizzo di un'eccedenza o di un credito d'imposta esistenti in misura superiore a quella spettante o in violazione delle modalità di utilizzo previste dalle leggi vigenti si applica, salva l'applicazione di disposizioni speciali,la sanzione pari al trenta per cento del credito utilizzato.” Oppure

-       Art. 13 comma 5:  “Nel caso di utilizzo in compensazione di crediti inesistenti per il pagamento delle somme dovute è applicata la sanzione dal cento al duecento per cento della misura dei crediti stessi. Per le sanzioni previste nel presente comma, in nessun caso si applica la definizione agevolata prevista dagli articoli 16, comma 3, e 17, comma 2, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472. Si intende inesistente il credito in relazione al quale manca, in tutto o in parte, il presupposto costitutivo e la cui inesistenza non sia riscontrabile mediante controlli di cui agli articoli 36-bis e 36-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e all'articolo 54-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.

b)   All’accollato: - Art. 13 comma 1: “Chi non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze, i versamenti in acconto, i versamenti periodici, il versamento di conguaglio o a saldo dell'imposta risultante dalla dichiarazione, detratto in questi casi l'ammontare dei versamenti periodici e in acconto, ancorchè non effettuati, è soggetto a sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato, anche quando, in seguito alla correzione di errori materiali o di calcolo rilevati in sede di controllo della dichiarazione annuale, risulti una maggiore imposta o una minore eccedenza detraibile. Per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a novanta giorni, la sanzione di cui al primo periodo è ridotta alla metà. Salva l'applicazione dell'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a quindici giorni, la sanzione di cui al secondo periodo è ulteriormente ridotta a un importo pari a un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.”

b)

Accollo tributario off limit? Soluzioni contrattuali alternative.

La lettura della norma e delle sanzioni previste sembra non lasciar spazio a dubbi circa il definitivo abbandono dei contratti di accollo tributario, con la modalità del pagamento tramite compensazione.

Tuttavia, occorre precisare come i contratti di accollo tributario, previsti dall’art. 8 del citato Statuto dei contribuenti, tuttora vigente, non sono vietati in maniera assoluta, in quanto restano consentiti nella misura in cui il pagamento dei debiti altrui avvenga con le modalità previste dalla legge (pagamento diretto tramite F24 ad esempio), restando esclusa solamente la compensazione.

Occorre quindi semplicemente volgere lo sguardo agli altri strumenti previsti dall’ordinamento e consentiti dalle norme vigenti, che nel pieno rispetto dell’autonomia negoziale delle parti, consentano di ottenere i medesimi risultati senza incorrere in alcuna violazione di legge.

Le soluzioni alternative al contratto di accollo vanno ad esempio dai contratti di cessione del credito ai contratti di associazione in partecipazione e altre forme contrattuali che, attraverso l’inserimento di clausole di garanzia et similia, consentono di utilizzare ugualmente il credito fiscale maturato, da un lato, e di ottenere, dall’altro, un risparmio fiscale che consenta di reinvestire nell’attività di impresa.

Resta da vedere se anche tali soluzioni saranno in futuro ostacolate dal Legislatore, o se, al contrario, verranno disciplinate e rese più facilmente fruibili dai contribuenti, al fine anche di accertarne il corretto utilizzo, a scanso di abusi e comportamenti fraudolenti.

 31.01.2020                                Avv. Veronica Granata

Riferimenti normativi:

Art. 8 L. 212/2000

Art. 1 D.L. 124/2019

Art. 13 D. lgs. 471/1997

 

PROROGATO NUOVAMENTE IL TERMINE DI ENTRATA IN VIGORE DELLE MODIFICHE APPORTATE ALLA L. N. 21/1992 CHE DISCIPLINA IL NOLEGGIO CON CONDUCENTE, DALL’ART. 29 COMMA 1 QUATER DEL DL. 207/2008

Con la consueta tecnica legislativa, che lascia qualche dubbio in ordine alla immediata comprensibilità, il DL n. 244 del 30 dicembre 2016, tuttavia, all’art. 9 comma 3 prevede che “3. All'articolo 2, comma 3, del decreto-legge 25 marzo 2010, n. 40, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2010, n. 73,le parole: «31dicembre2016»sonosostituitedalleseguenti:«31 dicembre 2017».

Nonostante i pareri contrastanti sul punto nelle varie sedi Giurisdizionali, tuttavia, il Legislatore ha più volte ribadito la propria volontà di rimandare l’entrata in vigore delle disposizioni previste dall’art. 29 comma 1 quater del D.L. 207/2008, giudicate estremamente restrittive e dal carattere fortemente anticoncorrenziale.

Tale volontà è stata perfettamente e concisamente affermata dalla risposta fornita dalla Commissione Parlamentare IX su interrogazione dell’On. Catalano, nella seduta n. 467 del 23.07.2015, cui si rinvia integralmente e che conclude come di seguito: Quanto alla richiamata sentenza del Tribunale di Milano, si è a conoscenza del fatto che diversi tribunali, così come diversi Comuni, considerano vigenti le norme in discussione. Tuttavia, evidenzio che la sospensione dell’efficacia non è supportata soltanto da un parere del competente direttore generale, come motiva la citata sentenza del Tribunale di Milano, ma la stessa deriva dall’esame dei lavori Giovedì 23 luglio 2015 — 85 — Commissione IX preparatori relativi ai decreti legge nn. 40 e 78 del 2010, che rinviavano al decreto interministeriale la risoluzione della problematica in esame. Infatti, questa Commissione ribadiva l’esigenza di considerare sospesa, fino all’adozione del citato decreto, l’applicazione delle modifiche alla legge 21 gennaio 1992, n. 21, introdotte dall’articolo 29, comma 1-quater del decreto legge milleproroghe del 2008, n. 207, e di assumere nel frattempo le opportune iniziative normative per pervenire al superamento degli ostacoli non giustificati che le previsioni da ultimo citate determinerebbero per lo svolgimento dell’attività di noleggio con conducente. Ad oggi, il Governo sta lavorando, insieme all’Autorità di regolazione dei trasporti e all’Antitrust, per individuare possibili soluzioni che, innanzitutto, tutelino i servizi per i cittadini e la loro sicurezza. Il Parlamento, ovviamente, darà ogni utile indirizzo per individuare una soluzione atta a conciliare i contrapposti interessi.”

Seduta n. 467 del 23.07.2015 Commissione IX Risposta 5-06111 pubblicata nell’allegato 2 del Bollettino in Commissione IX (Trasporti)

Scioglimento di Equitalia e “passaggio delle consegne” all’Agenzia delle Entrate: le novità introdotte dal D.L.193/2016

Il 22 ottobre 2016 è stato approvato il D.L. 193/2016 relativo a “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili”. Tra le novità più pubblicizzate, senz’altro vi è la cosiddetta rottamazione di Equitalia S.p.a., le cui funzioni verranno interamente prese in carico dall’Agenzia delle Entrate con l’istituzione di un ente pubblico economico denominato “Agenzia delle Entrate – Riscossione” (art. 1 comma 3).

È stabilito inoltre che il nuovo Ente, non solo subentrerà nei rapporti in essere di Equitalia S.p.a. attivi e passivi, giudiziali e non, ma sarà altresì dotato dei poteri di indagine propri dell’Agenzia delle Entrate, con accesso dal 1 gennaio 2017 alle banche dati e informazioni già fruibili dalla stessa (art. 3).

Altra novità legata alla rottamazione di Equitalia è quella prevista dall’art. 6, ovvero la “Definizione agevolata” dei ruoli affidati alla stessa dall’anno 2000 all’anno 2015. Il Decreto stabilisce infatti che entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore dello stesso (24.10.2016), il contribuente possa proporre istanza per il pagamento integrale, dilazionabile fino ad un massimo di quattro rate, del debito relativo ai ruoli dal 2000 al 2015, senza corrispondere: le sanzioni, gli interessi di mora ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive (sono sempre dovuti invece gli interessi legali).

L’istanza dovrà essere proposta mediante gli appositi moduli che Equitalia S.p.a., entro 15 giorni dall’entrata in vigore del Decreto, dovrà mettere a disposizione sul proprio sito internet e presso gli sportelli.

Ovviamente, tale procedura potrà essere esperita previa analisi delle somme effettivamente ancora dovute e ove non sia maturata la prescrizione.

Di seguito il link per il testo integrale del D.L. 193/2016: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/10/24/...

21.09.2016_Decreto del Presidente della Repubblica su ricorso straordinario - L'art. 28 comma 1 quater non è in vigore.

Il Consiglio di Stato nell'esprimere il parere favorevole all'accoglimento del ricorso presentato dal Nostro Studio, si pronuncia anche sulla vigenza dell'art. 29 comma 1 quater del D.L. n. 207/2008, che ha modificato la L. n. 21/1992 (Legge quadro in materia di autonoleggio con conducente, affermando la sospensione dell'efficacia dello stesso e aderendo quindi alla tesi prospettata dal ricorrente.

Un'importante pronuncia in materia, che pesa tra gli orientamenti spesso discordanti dei T.A.R. e degli Enti Amministrativi Locali.


La Cassazione riconosce la validità del rapporto di filiazione di un minore con genitori dello stesso sesso, sottolineando il diritto del minore alla bigenitorialità e affermando la validità nel nostro ordinamento dell'atto di nascita formato in un altro Paese dell'Ue secondo le norme vigenti nell'ordinamento di provenienza ed enuncia un importante principio di diritto: "l'atto di nascita straniero (valido, nella specie, sulla base di una legge in vigore in un altro paese della UE) da cui risulti la nascita di un figlio da due madri (per avere l'una donato l'ovulo e l'altra partorito), non contrasta, di per sè, con l'ordine pubblico per il fatto che la tecnica procreativa utilizzata non sia riconosciuta nell'ordinamento italiano dalla legge n. 40 del 2004, la quale rappresenta una delle possibili modalità di attuazione del potere regolatorio attribuito al legislatore ordinario su una materia, pur eticamente sensibile e di rilevanza costituzionale, sulla quale le scelte legislative non sono costituzionalmente obbligate" (Cass. Civ., sentenza n. 19599 pubblicata il 30.09.2016).

http://www.cortedicassazione.it/cassazione-resourc...